mercoledì 27 ottobre 2010

In bici a Capo di Buona Speranza...

… e ce ne vuole tanta di speranza, pedalando su un vecchio rottame con le gomme sgonfie e la catena arrugginita…
Ho noleggiato la bici a Simon’ Town, un paesino sulla costa 40 km a sud di Cape Town, diretto alla punta estrema della baia attraverso il Parco Nazionale di Cape of Good Hope.
70 km di adorato su e giù (eufemismo per dire che non c’è pianura…), zaino in spalla e reflex a tracolla pronta, come un provetto pistolero, per una rapidissima estrazione.
La giornata è bellissima, e la prima macchina che rischia di investirmi mi ricorda che qui in SudAfrica hanno la cattiva abitudine di guidare a sinistra…
Il paesaggio è
meraviglioso, e sono talmente ebbro di felicità che nei tratti in discesa esterno la mia gioia cantando a squarciagola…
Forse è ancora l’effetto del vino di 2 giorni fa… eh già, perché fedele al motto “prima il dovere, poi il piacere”, il piacere della bici è stato preceduto dal dover visitare le varie aziende vinicole che circondano Cape Town (come si può intuire, il mio senso del dovere è mooolto particolare…)
Il wine-tour è stato provante: dalle 9 di mattina (anche se abbiamo iniziato a bere verso le 11) alle 7 di sera, visitando 5 winery ed assaggiando più di 20 vini… devo ammettere che i vini, anche se di buon livello, in generale non mi hanno entusiasmato, a parte lo shiraz; quello che invece mi ha entusiasmato è lo spettacolare
paesaggio che circonda queste aziende.
Certo, per dirla con
Hemingway, niente di nuovo sul fronte occidentale (o, in questo caso, molto meridionale): per limitarci all'Italia, basta pensare alla Toscana o alla zona di Alba. Comunque l’abbinamento vino-panorama è sempre una piacevole riscoperta. E l’altro giorno abbiamo concluso il tour sorseggiando un piacevole rosé frizzante in uno scenario fantastico, con tanto di musica dal vivo in sottofondo… bello vero!
Prima il dovere, poi il piacere, si diceva… ma prima ancora il dolore: il giorno dopo essere arrivato a Cape Town sono andato a fare una bella camminata in cima al Lion’s Head, una delle tante colline che circonda la città e di sicuro quella che offre la vista
più bella e completa.
Solo che complice il sentiero non proprio pianeggiante (un paio di tratti erano in
ferrata), oppure l’età, o il fatto che le 16 ore complessive di aereo del giorno prima mi avevano intorpidito i muscoli delle gambe, o probabilmente tutti e 3 i fattori insieme… beh, per farla breve dal giorno dopo le gambe hanno iniziato a farmi parecchio male… e qual è il  miglior rimedio per non sentire dolore alle gambe? Anzi, per non sentirle proprio le gambe???
Semplice… alcol a badilate!!!
Ecco perché ho fatto il wine-tour, ed ecco perché farlo è stato un dovere!

È stata durissima…

mercoledì 7 luglio 2010

Cuba vs Corsica

Giro in bici:

mappa ingrandita  

Cuba è colore, calore, musica, sensualità; i balli sono la rappresentazione verticale di un atto orizzontale… È affascinante per la sua storia e per la sua (traballante) situazione.
La Corsica è facilmente descrivibile: è BELLISSIMA. È la Natura. Selvaggia e immediata. A guardarla sulla mappa sembra solo un’isola; in realtà è una magnifica montagna circondata da un mare meraviglioso… Averla girata in bici ha esaltato queste sue particolarità, perdipiù a fine giugno, con condizioni climatiche ideali.
Capitolo cibo: Cuba non mi ha deluso (temevo molto peggio); la Corsica mi ha esaltato! Si mangia da dio, con molta attenzione alla cucina del territorio (i corsi sono molto legati alle loro tradizioni) e senza inutili intingoli tipicamente francesi (d'altronde i corsi, grazie a dio, non sono molto francesi...). E poi con una varietà imbarazzante: dal vitello alle castagne candite al miele, alla millefoglie di pescespada con melanzane alla menta; dalla charcuterie (affettati) alle frittelle di brocciu (formaggio fresco di pecora)… fantastico!!!
Purtroppo non parlando il francese, non sono riuscito ad entrare in contatto più di tanto con i corsi (anche se molti di loro se la cavano con l’italiano); dormendo in campeggio ho conosciuto soprattutto turisti, comunque mi sono fatto l’idea che gli isolani siano abbastanza aperti.
Viceversa, parlando lo spagnolo, sono riuscito ad interagire parecchio con i cubani, anche grazie al fatto che dormendo in casas particulares (una sorta di B&B) era un attimo fare amicizia con queste persone dal carattere a dir poco solare.
I cubani ne hanno viste parecchie (e molte ne stanno ancora vedendo, e soprattutto non sanno a breve se e quante ne vedranno…) però sempre con il sorriso sulle labbra e la gioia di vivere negli occhi. Peccato che io non sappia ballare, altrimenti avrei potuto interagire di più (biblicamente parlando…)
Morale: sono 2 isole meravigliose; una più lontana sia geograficamente che culturalmente; l’altra più vicina in tutti i sensi.
Se amate la Natura e l’ottima cucina, andate in Corsica.
Se amate la Natura, vi sapete adattare in fatto di cibo, e volete interagire, andate a Cuba

PS: ultimamente mi sto specializzando nel visitare isole che iniziano con la “C”: Cuba, Corsica…
la prossima potrebbe essere Corfù o Cylon, oppure l’isola Chenoncè…

mercoledì 5 maggio 2010

Cuba: finestrini e vulcani...

percorso:
A=Avana; B=Viñales; C=Maria la Gorda; D=Trinidad; E=Camagüey; F=Bayamo; G=Baracoa; H=Ciego de Ávila; I=Santa Clara

Noleggio un’auto (ovviamente economica), e mi rifilano una Hunday I10 che, almeno qui a Cuba, è la versione base di una Panda30… tra gli innumerevoli optional mancanti, spicca la chiusura centralizzata, ragion per cui la procedura per scendere dal veicolo consiste in:
  1. aprire portiera lato guida
  2. abbassare il pulsante di chiusura di TUTTE e 4 le portiere
  3. scendere dall’auto con la chiave in mano
  4. chiudere lo sportello lato guida
… peccato che una volta a Cienfuegos, davanti alla casa dove alloggiavo, ho toppato la procedura, e mi sono ritrovato chiuso fuori dall’auto con in mano la chiave di casa, e la chiave della macchina infilata nel cruscotto…
Fortunatamente (?!?) non avevo chiuso completamente il finestrino anteriore destro, ed ho provato ad abbassarlo infilando dentro le dita e facendo forza verso il basso… niente da fare.

Ho chiesto aiuto ad un cubano ingegnoso che dopo 2 min si è presentato con un bastone terminante con un filo di ferro ad uncino: la sua idea era quella di infilare il bastone nella fessura del finestrino, agganciare con il filo di ferro la chiave dal quadro comandi e sfilarla. Io gli ho detto che era necessario far fare alla chiave un mezzo giro prima di riuscire a sfilarla, e che ritenevo l’operazione molto difficile, ma tanto valeva provare…
Abbiamo agganciato la chiave, ma non siamo riusciti a sfilarla; però maneggiando con il bastone infilato nella fessura, ci siamo accorti che facendo leva, anche se a fatica, il vetro si abbassava…
Quindi siamo passati al piano B
: niente filo di ferro, ma un bastone un po’ più robusto per abbassare il finestrino a forza… piano piano, con delicatezza, lui con il bastone, io con le mani, mezzo cm alla volta la fessura si ampliava… fino a che…. SBAMMM!!!
Il vetro è andato in mille pezzi, ed io mi sono trovato le mani coperte di sangue…

Bene, il brillante duo italo-cubano era riuscito a recuperare la chiave… costo dell’operazione: un finestrino rotto, qualche taglio superficiale a mani e braccia, ed un certo bruciore al culo…

Dopo un’oretta passata a leccarmi le ferite (in tutti i sensi…) e ad incerottarmi, mi presento alla agenzia di autonoleggio della Cubacar di Cienfuegos: orario di apertura fino alle 20: sono le 18:30 ed è ovviamente chiusa… chiedo informazione in giro, e mi dicono che probabilmente il tipo è a mangiare da qualche parte, ma che sicuramente ritorna per le 20; aspetto fino alle 19, poi torno a casa, dove la proprietaria mi fa: “vabbè, torna là alle 20 ed intanto goditi il tramonto” (siamo in riva al mare)...
Mi faccio conquistare dalla filosofia cubana, dimentico che ho un finestrino rotto ed ammiro lo spettacolo
, sperando che il sole che se ne andava simboleggiasse che anche quella giornata di “m…” stava terminando.
E nella attesa mi sono tolto anche i cerotti, dato che, come molti dei revolucionarios
, anche io avevo finito di versare sangue in giro per Cuba…

Alle otto meno dieci mi presento nuovamente all’autonoleggio: è aperto. Dico al tipo che ho un finestrino rotto, e mi fa: “se te l’hanno spaccato, bisogna fare denuncia alla Polizia”
Ed io (da buon italiano), nascondendo le leggere ferite “ehm, in realtà si è rotto da solo, forse un sasso lanciato da un camion
…”
Al che lui: “… eh si, a volte succede…”….  Ah, Cuba….

Telefona al suo capo, che è quello che può autorizzare la sostituzione dell’auto o la sua riparazione, e mentre aspettiamo che arrivi, iniziamo a parlare un po’ di  tutto, dato che il tizio è molto informato sull’Italia (in particolare sul calcio) e sull’Europa in generale.
Poi ad un certo punto mi fa: “gli aerei hanno ripreso a volare in Europa?”
“in che senso, scusa?
” (io ero tagliato fuori dal mondo da 3 giorni: né cellulare, né internet)
“la storia del vulcano in IRLANDA…”
“Vulcano in Irlanda???”
(il tizio aveva confuso Irlanda con Islanda, ma per un caraibico è perdonabile)
“ma si, il vulcano che ha creato la nube di fumo che copre tutta l’Europa, e quindi gli aerei non possono volare…”

...(pausa)...

Ora mettetevi nei miei panni:
avete rotto il finestrino di un’auto in maniera stupida; avete la coscienza sporca, perché non avete detto la verità; ed un cubano viene a dirvi che l’Europa intera è ricoperta da una nube causata da un vulcano irlandese, talmente densa che gli aerei non possono volare…

la mia povera mente informatica si mette ad analizzare le varie possibilità:

  •  il cubano è ubriaco
  • il cubano è drogato
  • sono su scherzi a parte
  • il cubano sa che lo sto prendendo per il culo per il finestrino, e con incredibile prontezza di riflessi, mi rende pan per focaccia

escludo che sia ubriaco o drogato, dato che fino a 5 min prima avevamo tranquillamente parlato di sport, politica, economia…
escludo anche di essere su “scherzi a parte”, che è notoriamente una trasmissione imperialista...
non rimane che l’ultima ipotesi, e devo dire che stavo provando una sincera ammirazione per quel tipo e per la sua fervida fantasia…

ma, come sempre, la realtà supera la fantasia
… 

lunedì 4 maggio 2009

Brasile

Questa prima parte dell’esplorazione della costa brasiliana è stata all’insegna della EFFE: non perché, come i più maliziosi staranno pensando, da buon italiano nello stato carioca mi sono fatto “distrarre” dalle bellezze locali (che, fra parentesi, tanto belle poi non sono); semplicemente perché  queste 3 settimane hanno avuto come terminali due luoghi che iniziano con la EFFE: Florianopolis e Fernando de Noronha.
Il viaggio inizialmente è stato come in tutto il resto del SudAmerica: tanti km da percorrere e tante ore in autobus sempre zaino in spalla: da Iguazu a Florianopolis (18h), poi da qui a Rio de Janeiro (20h). Ma un volta lasciata la città famosa in tutto il mondo per il Carnevale, ecco la svolta: ho abbandonato l’autobus (ho preso l’aereo fino a Natal, e qui ho noleggiato un’auto), pochi trasferimenti e comunque brevi, tante spiagge e tanto mare. Insomma, dopo quasi 3 mesi di vagabondaggio, avevo bisogno di un po’ di relax…
Sono stato in posti incantevoli come Praia do Pipa, Tibao do Sol, e soprattutto Fernando de Noronha, un’isoletta a 300 km da Natal che è un vero e proprio paradiso terrestre.

A Florianopolis ho rivisto (ci eravamo conosciuti in Uruguay) un ragazzo italiano (Maurizio) che da qualche mese vive lì, in un paesino dell’isola di Santa Caterina, e che non fa altro che surfare tutto il giorno… Mi ha detto che in Italia era stressato e che aveva bisogno di una parentesi, di staccare per un po’; gli ho chiesto che lavoro faceva nel nostro Paese, e mi ha risposto: “il maestro di snowboard”… ragazzi, mica qualcosa di massacrante come il minatore o il consulente SAP…

Ho conosciuto anche una meravigliosa coppia di vecchietti brasiliani, che celebravano i 40 anni di matrimonio girando per un mese (in auto) per la loro bellissima Nazione. Due persone piene di energia, entusiasmo e di vitalità. Il marito mi ha confessato il suo amore per l’Italia (che non ha mai visto) e soprattutto per un cantante (parole sue) “dei suoi tempi”: Sergio Endrigo. Secondo questo signore, Endrigo aveva avuto un successo incredibile in Brasile, prima che arrivassero i Beatles e lo spodestassero… capite? I Beatles hanno offuscato la carriera intercontinentale del nostro connazionale… mannaggia a ‘sti inglesi

Ma veniamo all’angolo della cultura, ovvero, come spesso capita in questo blog, parliamo di cibo: ottimo pesce, ottima carne (in particolare la picanha), ottime caipirinhas, eccellente frutta tropicale, in particolare l’açai: una piccola bacca viola-scura, altamente nutritiva, benefica e salutare, che da cibo di base tradizionale della popolazione indigena, è diventato bevanda di moda delle metropoli brasiliane. Vi rimando a questo sito per una descrizione più approfondita

Io, nella mia beata ignoranza, posso solo dirvi che è molto buono e molto fresco, e se vi capita l’occasione, di provarlo

martedì 14 aprile 2009

Però, questi francesi…

È dalla testata di Zidane a Materazzi che i francesi hanno iniziato a starmi simpatici; non perché abbia nulla contro Materazzi, ma perché quel gesto sconsiderato ci ha fatto vincere il Mondiale… vabbè, storia di quasi 3 anni fa.
Molto più recenti, ma sempre inerenti con la Francia, sono invece un paio di incontri che ho fatto in SudAmerica. In entrambi i casi si tratta di una coppia di transalpini, ragazzo e ragazza, di 25 anni. La prima coppia l’ho incontrata in Bolivia, durante il tour del Salares di Uyuni; la seconda in Uruguay, mentre facevano autostop, e li ho caricati in auto.

I primi erano entrambi laureati in ingegneria, lavoravano già da 2 anni quando hanno deciso che quel lavoro non faceva più per loro: si sono licenziati e sono partiti per il SudAmerica per stare in giro 10 mesi, di cui 3 lavorando in Perù con un impiego che avevano raccattato prima di lasciare la Francia. Questi ragazzi hanno mollato un lavoro “sicuro” (per quanto un lavoro possa definirsi sicuro di questo tempi…) con contratto a tempo indeterminato, per andare a fare una esperienza di vita che nessun impiego può darti. Se io fossi (cosa che non accadrà mai…) il responsabile delle risorse umane di qualche azienda, leggendo un CV terrei molto più in considerazione una esperienza di questo tipo, piuttosto che un qualsiasi Master. Quello che si impara ad un Master, lo si trova sui libri; viceversa viaggiare ti lascia un insegnamento che nessuno è in grado di fornirti, ma che anche in ambito lavorativo si può rivelare utilissimo, in termine di rapporti con le persone, gestione dei problemi, decisioni da prendere…
Spero tanto che i figli dei miei amici e i miei nipotini, in futuro sfruttino le opportunità per viaggiare già dalla scuola: andando a studiare all'estero un anno alle superiori, e approffitando del programma Erasmus all'Università. E' il modo migliore per imparare una lingua e soprattutto per crescere. E se poi appena finita l'Università riescono a fare un ulteriore anno di viaggio/lavoro tanto meglio (ad esempio in Nuova Zelanda fino ai 30 anni è possibile chiedere un visto particolare della durata di 12 mesi che consente di fare qualunque tipo di lavoretto: dal barista all'allevatore in fattoria, per un periodo che è totalmente a tua discrezione. Un paio di anni fa in NZ ho incontrato molti ragazzi che lavoravano qualche settimana in un posto, mettevano via qualche soldino, viaggiavano per qualche settimana e poi ricominciavano a lavorare. Fantastico!) 

I componenti della seconda coppia non so se fossero laureati, ma presumo di si; non so se già lavorassero (ma anche qui presumo di si); però so quanto stavano in giro: 2 anni (lo scrivo anche in cifre, come sugli assegni: due anni), appoggiandosi alla seguente organizzazione: WWOOF - World Wide Opportunities on Organic Farms (esiste anche il sito italiano http://www.wwoof.it/it/aboutit.html). A prescindere dalla tipologia di lavoro, una organizzazione di questo tipo offre la possibilità di viaggiare in tutto il mondo in modo economico ed allo stesso tempo di dare un aiuto dove è richiesto e dove se ne presenta la necessità.
La cosa più incredibile è che per arrivare in SudAmerica (e anche per tornare in Europa) non hanno preso aerei, ma mezzi terrestri e nave, cercando più possibile di fare autostop (è appunto così che gli ho conosciuti) e addirittura “navestop”, cioè dal Senegal si sono imbarcati come mozzi su una nave che li ha portati ai Caraibi, e da lì, sempre in “navestop” sono arrivati in Venezuela (tipo quello che racconta in uno dei suoi primi film un personaggio di Verdone : “mi imbarcai su di un cargo battente bandiera liberiana; cosa trasportasse, non l’ho mai saputo…”). Ci hanno messo 4 mesi per arrivare in Uruguay dalla Francia.

Io ho la fortuna, da 4 anni a questa parte, di fare qualche viaggetto ogni tanto. Il che significa andare all’aeroporto di Milano, prendere un aereo per tot ore (con la speranza di trovare vino decente e qualche buon film per allietare il volo) e, una volta arrivato a destinazione, iniziare a viaggiare.
Per questi ragazzi francesi l’avventura è iniziata appena sono usciti di casa.
Chapeau

domenica 5 aprile 2009

Uruguay

L’Uruguay non era contemplato nel mio viaggio; poi, grazie al consiglio di un paio di amici, al fatto che avevo tempo e che da Buenos Aires in meno di un’ora si arriva in territorio uruguagio, eccomi a raccontare di questo nuovo (per me) Paese.
Caratteristica principale degli uruguaiani è che sono i maggiori bevitori mondiali di mate, bevanda tipica sudamericana, la cui preparazione segue quella del tè: in un speciale contenitore si mettono in infusione in acqua bollente per qualche minuto le foglie del mate essiccate, tagliate e sminuzzate e si beve filtrando con una speciale cannuccia. Beh, almeno la metà di questa popolazione, senza distinzioni di sesso, età, classe sociale, va in giro (a piedi, a cavallo, in bici, in auto, in bus) tenendo sottomano il thermos con l’acqua calda e il contenitore per bere il mate. Vi giuro che ci sono più thermos per le strade uruguaiane che cellulari da noi…

Inizialmente avevo dedicato solo 2 giorni a questa Nazione, ma poi, attraversandolo in autobus ed ammirandone i tranquilli panorami (verdi colline a perdita d’occhio, tipo Irlanda), mi è venuta voglia di noleggiare un’auto e di guidare per una settimana per questi rilassanti paesaggi. Anche perché, a differenza di molti altri Paesi sudamericani, qui le distanze non sono proibitive; stiamo parlando di uno Stato che, con i suoi  176220 km2,  è poco più grande della metà dell’Italia.
Ho incominciato dall’entroterra, risalendo il confine con l’Argentina: pianure alternate a colline piene di pascoli e cavalli in libertà; tra l’altro questa zona è ricca di sorgenti termali: cosa c’è di meglio di un bagno termale al temine di una giornata al volante? Spostandosi, ma rimanendo sempre lontano dalla costa, si arriva in bellissime zone (sempre colline, pascoli, fattorie) dove la gente usa più il cavallo dell’auto, ma dove il turismo è qualcosa di sconosciuto: ho avuto seri problemi per trovare da dormire. Una volta ho dormito in auto.
Un’altra ero ormai rassegnato a dormire in macchina, quando appena fuori da un paesino, ho visto la scritta Motel. La speranza che si trattasse di una catena di Motel “familiari” (tipo Motel-6 o Motel-8 negli USA) si è subito infranta quando, entrando in auto, mi sono imbattuto in una colonnina per l’ordinazione (tipo drive-through di McDonalds) che riportava il tariffario: tipologia di camera (da basic a suite) e durata (1, 2, 3 ore o tutta la notte). Riporto quanto segue, ignorando (ammetto le mie colpe…) se anche in Italia i Motel funzionano nella stessa maniera: al telefono della colonnina ho dichiarato le mie scelte (basic e tutta la notte), mi hanno dato un numero di camera e le indicazioni per raggiungerla. Di fianco alla stanza c’era il posto auto coperto dotato di tenda per nascondere il veicolo da occhi indiscreti; dal parcheggio si entra direttamente in camera, dove si paga attraverso uno spioncino ad altezza ombelico dal quale è impossibile vedere ed essere visti. In teoria nessuno ha notato che ero da solo, quindi avendo pagato per tutta la notte, ho fatto bella figura…
La camera era dotata di bagno, lenzuola pulite, televisione (TV satellitare, ma niente canali porno: mi sa che dovevo prendere una suite…). Mi sono guardato Batman Begins sottotitolato in spagnolo, poi una partita NBA, e poi mi sono addormentato felice avendo come ninnananna in sottofondo i gemiti ed i sospiri che provenivano dalle stanze vicine.
La mia prima notte in Motel…

Dirigendomi poi verso la costa, il problema di trovare alberghi/ostelli è sparito: sul mare c’è una densità impressionante di hotel, fino ad arrivare a Punta del Este, probabilmente il luogo di villeggiatura più famoso di tutto il SudAmerica: è praticamente la MonteCarlo dell’America Latina. Devo dire che ero molto prevenuto su Punta, ed invece mi è piaciuta: spiagge notevoli, praticamente deserte (non è alta stagione, ma sicuramente a Pasqua sarà un carnaio) e, soprattutto di notte, è bella vera. Un connubio felice fra cemento e natura.
A parte il fatto che, come in tutto il Paese, si mangia da dio (sapete che il cibo è un mio pallino): la carne, visti gli abbondanti pascoli, è a livello di quella argentina, ed anche qui la griglia (parilla) la fa da padrona; però anche il pesce è eccellente (e detto da un carnivoro come il sottoscritto, è tutto dire…).
Ma soprattutto a Punta mi sono imbattuto nel gelato più buono del mondo: la gelateria El Faro fà un prodotto che dà dei punti a Grom. Mi sono concesso i seguenti gusti: cioccolato amaro con scorze d’arancia abbinato con dulce de leche. Divino!
Meglio di una notte al Motel…

domenica 29 marzo 2009

Dedica a Cusco…

È la terza volta che visito Cusco nel giro di 6 anni… non male per una cittadina così lontana dall’Italia; anche perché sono sempre stati soggiorni abbastanza lunghi: in totale ho trascorso una ventina di notti nella antica capitale Inca.
Come si spiega questa mia “assiduità”? Semplice, è un posto che mi piace molto, perché oltre ad essere bello (aggettivo stra-abusato qui in SudAmerica), è una città piena di storia, cosa abbastanza rara in questo continente.
Cusco è stata la capitale dell’impero Inca, dall’XI al XVI secolo, e conserva intatti sia la testimonianza di quel periodo, sia di quello successivo con la conquista spagnola, che, una volta tanto, dal punto di vista architettonico non ha portato sfaceli, ma anzi ha arricchito ulteriormente il patrimonio artistico.
E così, incastonata in uno scenario spettacolare (siamo a 3300 metri slm), questa cittadina sfoggia monasteri, chiese coloniali, conventi, rovine pre-colombiane in un insieme omogeneo che, soprattutto in centro, grazie ad un insieme di stradine non accessibili alle auto (a causa di gradini e gradoni di pietra) possono essere ammirati senza venire soffocati dal traffico.
Cusco è anche il punto di partenza per esplorare la Valle Sacra (Valle Sagrado) la valle attraversata dal rio Urubamba (dove è possibile fare rafting) costellata da antiche fortezze Inca, come Pisac, e da villaggi sede di coloratissimi mercati indio.
Ma è soprattutto il punto di partenza per andare a Machu Picchu, uno dei posti più famosi e visitati dell’intero SudAmerica: una città Inca quasi perfettamente conservata adagiata su una collina in uno scenario che sembra disegnato per quanto è bello. Affascinante e misteriosa sono gli aggettivi più indicati per descriverne la magia.
Ci sono 2 modi per raggiungere Machu Picchu: o direttamente con i mezzi; oppure facendo il Camino Inca, una camminata di 4 giorni e 3 notti nella foresta, che si rivela essere una incredibile escursione, grazie alla combinazione di rovine Inca, panorami, montagne e vegetazione esotica. Io 6 anni fa ho avuto la fortuna di fare questa esperienza, che però negli ultimi tempi è diventato praticamente impossibile improvvisare, perché a causa del rigido numero chiuso, è necessario prenotare con svariati mesi di anticipo, a fronte di un prezzo quasi proibitivo.
Ma torniamo a Cusco; oltre ad essere un gran bel posto, offre una vita notturna di tutto rispetto: è piena zeppa di localini con musica dal vivo (parlo di rock, soul, jazz… non di 3 sfigati che suonano il flauto andino…). Uno entra in un locale, dà una occhiata in giro, ascolta chi suona, e se gli piace resta, se no esce e va in un altro posto, senza problema; poi quando trova un locale che gli va a genio, si ferma e, senza nessuna pressione, ordina da bere. Io ho speso la stratosferica cifra di 4 euro totali, per due ottimi cocktail: un Cuba Libre e un Mojito.
Mi viene la tristezza se penso ai locali “IN” di Milano: selezione all’ingresso, liste, tavoli, bottiglie, PR, “one night”, consumazione obbligatoria… MAVAFFANCULO, VA’…