martedì 11 aprile 2017

Appunti di Giappone

Ramen
Alla partenza per il Giappone avevo deciso che, anziché a Tokyo, avrei trascorso i primi 2 giorni in un posto più tranquillo (Kawaguchiko, alle pendici del monte Fuji), in modo da smaltire il fuso orario in un luogo meno frenetico.
Quindi arrivato in aeroporto mi reco ad una delle numerosissime stazioni della capitale nipponica, e prendo un autobus che prolunga ulteriormente la mia trasferta di un paio di ore.
Giuntoto in ostello, il tempo di una meritatissima doccia ed è già ora di cena; parte la domanda di rito verso il tipo della reception: “dove mi consigli di andare a mangiare”?
Risposta (molto apprezzata): in un posto tipico: un Ramen!
Mi fornisce di una piantina per arrivarci, e, dato che in questo locale non parlano inglese e il menù è solo in giapponese e senza foto, addirittura di un biglietto con scritto in giapponese quello che abbiamo stabilito dovrei ordinare (un paio di piatti).
Seguo fedelmente le indicazioni della mappa ed arrivo in una posto con un ingresso a vetrate trasparenti abbastanza anonimo, dove però da lontano noto un certo via-vai di gente che sale e scenda dal primo piano.
Quando giungo davanti all'ingresso non c'è nessuno; entro fiducioso, tolgo le scarpe (tipica tradizione orientale) e metto un paio di pantofole che prendo tra le decine sparse ai piedi delle scale. Salgo e seguo delle voci che mi portano in fondo al corridoio: apro la porta e... mi trovo di fronte ad una classica famiglia a tavola davanti alla TV, in quella che palesemente è la loro abitazione, e non un ristorante...
Quattro teste (ed 8 relativi occhi) distolgono la loro attenzione dalla televisione e dal piatto e la rivolgono verso il sottoscritto...
...“Ehm... Ramen?!?”
Mi fanno segno di no (nessuno di loro parla una parola di inglese) e con estrema pazienza a gesti mi spiegano come raggiungere il posto, incuranti del fatto che un estraneo (per di più straniero) si sia introdotto in casa loro, abbia preso un paio di loro ciabatte (anzi, forse hanno apprezzato il gesto...) e si stia aggirando per le loro stanze. Fosse successo in una villetta in Brianza, a quest'ora sarei sui giornali con un foro di proiettile nella schiena...
Chiedo umilmente scusa, ringrazio per le preziose indicazioni, e mi reco sulla retta(?) via.
Effettivamente dopo pochi minuti arrivo in un locale che riporta l'insegna “Ramen”. E vai...
Entro, faccio segno che sono da solo, mi indicano dove sedermi, e quando arriva la cameriera per l'ordinazione, tiro fuori trionfalmente il mio biglietto scritto in giapponese. La tipa lo guarda, a sua volta tira fuori un menù in inglese con tanto di foto, e mi fa capire che una delle 2 cose scritte sul mio pizzino non è nel menù. Scelgo una alternativa indicando una immagine che mi ispira, e mi domando come mai il tipo dell'ostello non fosse aggiornato sul fatto che:
  1. uno dei piatti da lui consigliati non è presente
  2. anche se non parlano inglese, qui hanno il menù con foto e didascalie in un alfabeto a me familiare
...poi capisco: quello NON è il Ramen, consigliatomi, ma un altro locale, decisamente più “turistico”.
Vebbè, sono stato capace di sbagliare ristorante in Italia, figuriamoci se non può capitare nel paese del sol levante! Fortunatamente, rispetto al precedente italiano, il conto non è stato altrettanto salato...


Tokyo1
In Giapponese guidano a sinistra. La cosa non è una novità per me: ho già viaggiato in paesi con questo “difetto”: Irlanda, Nuova Zelanda, Sudafrica...
Per la prima volta, però, mi trovo a camminare per un città estremamente popolosa e frenetica (Tokyo), dove anche i pedoni “tengono la sinistra” (sui marciapiedi, nei musei, sulle scale mobili, etc...), e, vista la muraglia di gente che si sposta a piedi, non è un particolare secondario...
In pratica mi sono trovato spesso a camminare contromano, (con la netta sensazione di venire preso di mira da piccoli kamikaze con gli occhi a mandorla, abilissimi nello scansarsi a vicenda, ma che facevano di tutto per venirmi addosso) prima di prendere l'abitudine di cambiare lato.
Tendenza che mi è venuta naturale quando ormai avevo abbandonando la capitale, ma che ho scoperto non essere così rigida in altri luoghi giapponesi. In pratica, ogni volta che cammino in un psto abbastanza popoloso, gli attacchi dei kamikaze continuano...
La storia della mia vita: l''uomo sbagliato, nel posto sbagliato, al momento sbagliato...


Ito
Ito è una cittadina che si trova sulla costa della penisola Izu, una zona ideale per una bella pedalata. Approfittando di una delle rare giornate di sole, decido di usare la bici: vado all'ufficio del turismo, chiedo dove posso noleggiane una, e mi indicano un negozio a due passi da lì, dicendomi che apre alle 9 (in questo momento sono le 9:02, quindi è sicuramente aperto, vista la puntualità maniacale dei nipponici). Mi reco lì davanti, e l'insegna (in italiano) promette bene: “Goloso”; a giudicare dai cartelloni, oltre ad affittare bici è anche una gelateria.
Peccato solo che sia chiuso.
Aspetto qualche minuto, e torno all'ufficio del turismo (è lì di fianco) chiedendo se per caso fosse il giorno di chiusura. La ragazza è imbarazzata, mi dice che il posto è sicuramente aperto, e (in maniera molto cauta) mi chiede se ho verificato bene che fosse effettivamente chiuso. Alla mia risposta affermativa, decide di accompagnarmi per controllare di persona. Cosa che avviene: la ragazza è sconvolta, torna in ufficio (io che divertito le trotterello dietro) e si attacca al telefono. Dopo qualche minuto si prostra in mille scuse, dicendomi che il negozio DOVEVA essere aperto, ed è inspiegabile che nemmeno telefonicamente riesca a contattare qualcuno. La tipa è costernata, non riesce a capacitarsi di una tale inefficienza.
Io la guardo sorridendo e flemmatico le dico: “sarà per questo che hanno un nome italiano...”


Tokyo2
Piove e fa freddo; è tutto il pomeriggio che cammino per Tokyo: sono bagnato fradicio, ho fame e voglio qualcosa di caldo!
Ad un certo punto, in una viettina pittoresca piena di bancarelle e negozietti nella zona di Ueno, vedo un assembramento di persone che fanno la fila per comprare delle bottigliette che emergono da un pentolone. Intuisco che si tratta di bottigliette di sakè caldo: figata !
Faccio la coda, compro la mia dose (300ml) ed il pusher mi fornisce anche di uno sgabellino sotto la tettoia dove posso comodamente assaporare questo nettare bollente: buono, caldo e... decisamente forte! Finita la dose, mi rialzo barcollante dallo sgabello: sono mezzo ubriaco!!! Devo assolutamente mangiare qualcosa.
Qualche bancherella più avanti, una vecchietta vende patate dolci (intere) alla griglia: figata2 !!
Avete mai mangiato una patata dolce alla griglia? È una delle cose più buone del mondo!!!
Malgrado sia ustionante, la divoro con immensa soddisfazione; e recuperata un po' di lucidità, decido che la mia dipendenza dal sakè è già finita, mentre quella dalla patata (soprattutto se bella calda e dolce) decisamente continua... 😉

giovedì 18 agosto 2016

Italia in bici 2016


Dal 5 giugno al 15 luglio 2016, attraversando Piemonte, Liguria, Corsica, Sardegna, Campania, Basilicata, Puglia, Molise, Abruzzo, Marche, Umbria, Romagna, Veneto, Lombardia

in totale 40 giorni, 3500 km, 12 regioni visitate (più la Corsica)


legenda:
BICI
TRAGHETTO


Foto




martedì 21 giugno 2016

Basta un po' di organizzazione...

13 giugno 2016, ore 21: esordio dell'Italia agli Europei di calcio.
Mi sono fissato l'appuntamento (così come le date e gli orari delle altre partite degli azzurri) già prima di partire per il lungo giro in bici che nel giro di una quarantina di giorni mi porterà a zonzo per l'Italia.
Organizzazione, innanzitutto!
Non sia mai che mi perda una partita di calcio importante solo perché sto pedalando.
La mattina sono a Stintino; conto di fermarmi per la sera ad Alghero, che dista circa 70 km.
Ho fatto una abbondante colazione al B&B, quindi sono carico di energia, e per pranzo penso di accontentarmi di un po' di roba che mi è avanzata dalla Corsica (taralli, biscotti, ciliegie) e poi di darci dentro la sera guardando la partita (organizzazione!).
Parto con calma dopo una sosta ad una lavanderia self-service, e verso le 11 sono in sella.
Dopo una cinquantina di km arrivo ad un bivio: Capo Caccia 8 km a destra, Alghero 18 km a sinistra. Ecchediamine, è ancora presto: andiamo a vedere 'sto Capo...

Porto Conte
Arrivo così nel golfo di Porto Conte, ed in particolare in una insenatura con acqua cristallina, piccola spiaggia e bar. Non ho ancora fatto un bagno da quando sono partito, la tentazione è troppo forte: carpe diem, e Drino in acqua!
L'acqua è freddina, ma dopo un po' ci si abitua, e la location è paradisiaca (vedere foto).




Esco, mi asciugo con calma, mangio un gelato al bar (avevo già fatto fuori in precedenza le mie “abbondanti” vettovaglie), e rimango ad ascoltare un dialogo fra un gruppo di signori di Bercellona ed il barista. Dialogo che si svolge in catalano. Incuriosito domando al ragazzo se avesse vissuto a Barcellona per imparare così bene la lingua, e lui mi risponde che non era mai stato in Spagna, e che stava parlando nel dialetto di Alghero! Un lascito della dominazione di qualche secolo fa: il dialetto locale è il catalano...

Con tutta calma riparto per Alghero. L'influenza spagnola è evidente nei nomi delle vie e dei quartieri di questa bella cittadina, che perlustro in bici, ma che alla fine decido di lasciare puntando ad una sistemazione lungo la strada costriera. In fondo è ancora relativamente presto (sono le 18:30), la giornata è splendida, la temperatura è ideale, e pedalare ancora per qualche km a ridosso del mare mi sembra un'ottima idea...

Appena imbocco la strada litoranea vedo un cartello stradale: Bosa 44 km. Il prossimo paese non è vicino, ma non ho intenzione di arrivare fino a lì: inizio ad essere un po' stanco e ad avere un po' di fame (il pranzo è stato molto leggero) e già pregusto un agriturismo al massimo fra una decina di km, oppure un B&B con annesso ristorante o, perché no, un campeggio dotato di pizzeria a due passi dal mare. Insomma, giusto il tempo di arrivare, farmi una meritata doccia e farmi una sontuosa mangiata guardandomi Italia-Belgio.
Nel frattempo la strada è bellissima, ma decisamente dura. Alternando strappi impegnativi a ripide discese, il percorso tende gradatamente a salire di quota. La vista è incantevole: mi ricorda la parte più selvaggia della Corsica, paragone avallato ulteriormente dal fatto che non c'è nessuna abitazione nei paraggi.
Ed intanto il tempo passa, e la fame aumenta, e le energie – di conseguenza – diminuiscono.
Arrivano le 7, poi le 7:30, poi le 8. Strada deserta, nessun edificio.
Le ombre si allungano sull'asfalto, proiettando un'immagine gigantesca delle borse che sto trasportando, quasi a simboleggiare il loro peso sempre più insostenibile.
Ho fame, e voglio vedere la partita... cazzo! Mi bastava rimane ad Alghero... quasi quasi torno indietro... ma no, dai, ci sarà almeno un ristorante sulla strada prima o poi, con tanto di megaschermo. Inizio a pensare alle possibili situazioni: dormire è l'ultimo dei problemi, posso piantare la tenda da qualche parte (si, ma dove? ai lati della strada ci sono solo rocce, e per di più a precipizio), oppure infilarmi nel sacco a pelo in una delle piazzole di sosta che ogni tanto si allargano nei punti più panoramici (nella speranza che una coppietta in cerca di intimità non mi schiacci con la loro auto...). La priorità è mangiare, perché se non incamero un po' di energie qui non vado più avanti.
Quindi continuo a visualizzare il ristorante dei miei sogni, immaginandomi anche come mi comporterei una volta entrato: prendo un tavolo davanti alla tv, ordino, poi vado in bagno a darmi una rinfrescata alla bell'e meglio, e quando esco (fresco e riposato...) la tavola è già imbandita e gli inni nazionali risuonano nell'aria...
In sostanza pedalando faccio girare contemporaneamente le 2 ruote e gli ultimi 2 neuroni che mi sono rimasti: in pratica sono un 4WD...
Sono in preda a questo delirio onirico quando la strada inizia finalmente a scendere: la velocità sale notevolmente, ed i km che mancano a Bose diventano sempre di meno. Verso le 21 dovrei arrivare lì, giusto in tempo per la partita.

Alla 20:40 l'apparizione: Area Sosta Camper con Ristorante/Pizzeria in posizione molto panoramica, a picco sul mare. Mi fiondo nel locale:
“siete aperti?”
Si
“fate vedere la partita?”
Si
“non ho un camper, ma una bici con la tenda: posso piantarla da qualche parte?”
Dove preferisci
“Ti voglio bene, fratello sardo...”

In 20 minuti monto la tenda (vedere foto), faccio la doccia in una spartana cabina lì all'aperto e al fischio d'inizio sono con le gambe sotto il tavolo.
A volte i sogni (o i miraggi) si avverano. Quasi completamente: il megaschermo era in realtà un vecchio (tubo catodico) Telefunken da 14”. Se non altro era a colori...  : )

PS: per la successiva partita dell'Italia (venerdì 17 contro la Svezia) che era programmata per le 15, alle 14 ero già davanti ad un megaschermo (vero, questa volta) con tanto di birra in mano.
Basta un po' di organizzazione...

martedì 23 febbraio 2016

Siam - appunti di viaggio




Un minibus stracarico che zigzaga fra le buche di una strada che, malgrado sia in uno stato pietoso, rappresenta l’unica via di collegamento; quindi densa di ogni tipo di mezzo di trasporto: auto, motorini, bici, camion, bus, mezzi agricoli, oltre che pedoni e animali.

La strada attraversa una miriade di piccoli villaggi, costellati da tantissimi bambini che giocano felici e spensierati, come è giusto che sia.

Dove mi trovo?

In questo  momento in Laos, ma potrei benissimo essere in Bolivia o in Lesotho…

È affascinante questa somiglianza di posti così lontani, dato che  non è dovuta alla globalizzazione ma alla povertà: c’è una importante via di collegamento ed è “naturale” che la maggior parte delle attività, in mancanza di alternative, ruoti intorno ad essa. 


Ci sono tornato volentieri in Laos, a distanza di 4 anni: ho ammirato paesaggi e pagode, gente sorridente. Ma ho anche constatato come qualcosa sia cambiato rispetto al recente passato. Più modernità, innanzitutto: internet ovunque, tutte le persone del luogo “armate” di smartphone; anche se qualcuno, per ragioni meramente economiche, è ancora costretto ad indossare l’abito tradizionale e a recitare la parte del tribale per accontentare i tour operator che scorrazzano mandrie di turisti desiderosi di vedere con i propri occhi qualcosa di anacronistico (e completamente falso, aggiungo io). 

Nel Nord del paese la vicina Cina è sempre più presente: andando a Luang Nam Tha mi sono trovato  una città moderna con edifici di nuovissima costruzione là dove la mia Lonely Planet (del 2007) parlava di villaggio…


Nel raggiungere questo ex villaggio mi è capitato un piccolo incidente.

Gli “incidenti” fanno parte dei viaggi: senza intoppi viene a mancare quel brivido di imprevisto che, a posteriori e una volta che le cose si sono aggiustate, possono trasformare una parte del viaggio in una avventura (l’importante è che ci sia il lieto fine…). A volte, purtroppo, gli incedenti possono essere anche stradali (ok, può succedere anche in tangenziale a Milano andando in ufficio, ma in questo caso perde un po’ di poesia…Emoji ) come mi è successo andando a Luang Nam Tha.

Minibus con conducente dalla guida un po’ allegra, strada di montagna, l’autista prende una curva interna un po’ troppo larga, dall’altra parte arriva un auto che invece stringe un po’ troppo e… SBAM! Fortunatamente non un frontale ma un urto laterale. Nessun danno alle persone, i veicoli hanno un po’ di ammacchi ma possono proseguire, ma il problema è che l’altra auto è guidata da cinesi che non parlano laotiano (unica lingua conosciuta dal nostro autista). I cinesi parlano in (ottimo) inglese con noi (turisti a bordo del pulmino) dicendo che a loro giudizio è un concorso di colpa e se ognuno si paga i suoi danni va bene così. L’autista, col quale anche noi comunichiamo a gesti, però molto probabilmente rischia di perdere il posto se accetta questo compromesso, e quindi chiama qualcuno al telefono e ci fa segno di aspettare. Io approfitto di questa attesa per andare a parlare con i cinesi, incuriosito di conoscerne qualcuno al di fuori dell’Italia. In questo caso si tratta di gente sui 30 anni, con vestiti firmati ed auto di lusso, che vive in Cina, che è in vacanza in Laos, e che deve l’ottima conoscenza dell’inglese al fatto che hanno studiato negli USA, dove hanno acquisito una “american attitude” (definizione – azzeccata - di una americana che viaggiava con me) e che sono tornati in patria per fare i dirigenti.

Insomma, niente a che fare con quelli “milanesi” di esportazione, che partendo da via Paolo Sarpi stanno pian piano comprando tutta la città, forse favoriti dal fatto che non muoiono mai…

Questi rappresentano la nuova generazione, quella che ha sostituito la falce ed il martello con lo smartphone e la carta di credito. Gli unici al mondo che hanno le potenzialità per di far crollare questa grande potenza… Emoji

Tornando all’incidente, in soccorso del nostro autista arrivava una ragazza della assicurazione, ma neanche lei parla inglese, e quindi la situazione non si sblocca, fino a che non si ferma un tizio thailandese che parla sia laotiano che cinese, e facendo da interprete riesce a far raggiungere un accordo alle parti. Mitico, probabilmente al suo paese fa il giudice a Forum…

Insomma, da incidente stradale rischiava di trasformarsi in incedente diplomatico fra Cina e Laos, ma l’intervento della Thailandia ha risolto la situazione…



Anche in Vietnam ho avuto un piccolo inconveniente, a Da Lat.

Noleggio la bici per andare a vedere la cascata dell’Elefante, una escursione tranquillamente fattibile in giornata. Dopo un po’ di km di piacevole strada in mezzo al bosco, mi si affloscia il davanti (nel senso di gomma della bicicletta…Emoji ): ho bucato! Ovviamente non ho una camera d’aria di scorta od un kit di riparazione, e la zona è disabitata. Non mi resta altro che incamminarmi (spingendo la bici) e tornare a Da Lat, sperando di trovare un passaggio. Cosa che dopo una mezzoretta avviene: un vietnamita si ferma e mi fa caricare la bici sul suo camioncino. Il tipo non parla una parola di inglese, però qualche km prima del centro del paese si ferma e mi indica un meccanico. Io, che pensavo di riportare la bici dal noleggiatore e prenderne un’altra (con il rischio che questo non ne abbia più, o che faccia storie), valuto che se invece faccio aggiustare la gomma adesso impiego meno tempo, e posso continuare il mio giro. Andata!

Il posto è una officina di riparazione di motorini, ma il tizio si dimostra ferrato su come aggiustare la camera d’aria di una bicicletta (sempre ruote sono…) anche se non sta mungendo una mucca (auto-citazione della riparazione alla foratura di un paio di anni fa in Costarica)

In realtà il buco si rivela essere una precedente riparazione che non tiene più (la camera d’aria risulta essere decisamente “vissuta”), ed il meccanico la aggiusta sovrapponendo una nuova pezza a quella già esistente. Non proprio il massimo della vita, ma non ho alternative (se torno fino al negozio, mi sono giocato mezza giornata, e addio cascate); ma sono consapevole di essere in sella ad una “bomba ad orologeria”. Confido che il rimedio regga per un po’ di km, prima di cedere nuovamente; o che addirittura non ceda proprio. Pago il tizio, che mi chiede 10000 Dong, circa 40 centesimi di Euro… io faccio il brillante e gliene lascio altrettanti di mancia…

Ovviamente il rimedio cede. Che ci volete fare: errare è umano, perseverare è… Drino.
Però nel frattempo sono riuscito ad arrivare alla cascata e a fare un  po' di foto, oltre che un po' di km in bici. quindi l'obiettivo della giornata è raggiunto, alnche se a distanza di qualche ora mi ritrovo nuovamente sul ciglio della strada con la gomma a terra.
Questa volta mi raccatta l'autobus locale, un veicolo da una ventina di posti: mi fanno tranquillamente mettere la bici sul corridoio e mi riportano a Da Lat. Io, unico occidentale a bordo, mi sonto addosso gli occhi di tutti: da turista mi ritrovo ad essere una attrazione turistica...


martedì 18 marzo 2014

Bici, che passione!!!


Premessa: viaggiare è la mia passione, così come andare in bici.
Viaggiare in bici è ovviamente il massimo: è possibile coprire distanze notevoli andando alla giusta velocità per vedere tutto ciò che ci circonda, avendo la flessibilità di arrivare ovunque e di fermarsi in qualunque momento, senza vincoli di aree pedonali o problemi di parcheggio.
In ogni continente mi sono imbattuto in pazzi che pedalavano da (o dovevano pedalare per) 5 o 6 mesi: in Australia (da Sydney a Perth), in Indocina (partendo dall'Europa), in Africa (da Nairobi a Cape Town) e, in questa occasione, in Centro America (partendo dagli USA e andando in Cile).
Io, nel mio piccolo, mi sono cimentato nel 2012 in un personale “giro d'Italia” di un mesetto. Non mi sento ancora pronto (e probabilmente non lo sarò mai) per qualcosa di più lungo ed avventuroso; più che dal un punto di vista fisico, da quello mentale.

Però, ogni volta che sono in viaggio, non perdo occasione per noleggiare la bici almeno per un giorno.
In Centro America l'ho fatto 3 volte: Puerto Vallarta (Messico), Omepete (Nicaragua), La Fortuna (Costa Rica).
E per 3 volte ho avuto problemi... Oddio, è abbastanza normale: le bici a noleggio nei posti dove viaggio spesso (quasi sempre...) non sono un gran chè. Però 3 su 3 è una percentuale inquietante...

Puerto Vallarta, come si può intuire dal nome, è sul mare; però è in una zona collinare, ed io ero diretto in cima ad un colle lungo una bella strada sterrata che risale un torrente, quando il sellino ha ceduto. Tranquilli, benchè Puerto Vallarta (l'ho scoperto in seguito...) sia un ritrovo internazionale di gay, non ho perso il sellino: semplicemente si è rotto il fermo che blocca l'altezza dello stesso, per cui mi sono ritrovato a pedalare con la sella bassissima e le ginocchia in bocca; scomodissimo e faticosissimo. Non sono riuscito ad arrivare in cima. Niente di grave: ho girato la bici e mi sono goduto la discesa col baricentro basso, con pausa per un bagnetto rinfrescante nel torrente con tanto di birretta fresca offertami da due tipi del luogo.

Omepete è un isolotto sul lago Nicaragua: mi ripromettevo di farne il giro completo, che in realtà è un “8”, dato che Omepete sono due vulcani collegati da un itsmo; parto proprio da qui ed inizio a girare intorno al vulcano più piccolo, che però è anche la parte più difficile, dato che è completamente sterrata e molto nervosa, cioè piena di sali-scendi.
Il giretto procede bene, malgrado la bici sia un mezzo catorcio; l'ambiente è bucolico, sembra di pedalare in una gigantesca fattoria, con mucche cavalli oche galline cani maiali asini che continuamente sono in mezzo alla strada.
Per superare uno strappo impegnativo mi alzo sui pedali e...TLAK! si rompe la catena... Mi tocca spingere la bici per circa 10 km fino all'ostello.
Non mi risulta che Omepete sia un ritrovo gay, ma anche qui l'ho preso in quel posto...

La Fortuna è un paesino ai piedi del vulcano Arenal. La zona è bellissima: ondulata, verde, con un lago nelle vicinanze... un paradiso per la bici.
Considerando che la giornata è splendida e che il giorno prima il Milan ha perso 4-1 contro l'Atletico Madrid (e quindi ho bisogno di sfogarmi) sono carico al punto giusto.
La bici (una volta tanto) è molto buona, la catena è ben oliata e non minaccia rotture, e quando chiedo il kit di riparazione in caso di forature, il tipo del negozio mi risponde: “tranquillo, non serve: noleggio bici da 10 anni e nessuno ha mai bucato”.
Sarà...
Dopo circa 30 km arrivo al lago e mi fermo a fare una foto col vulcano sullo sfondo: il panorama è meraviglioso; non c'è nessuno in giro, sembra quasi che quel lago e quel vulcano siano stati creati esclusivamente per me. Mi godo il momento: mi sento l'uomo più fortunato del mondo.
La Natura, ancora una volta, mi fa dono della sua maestosità: gli occhi sono appagati da questa vista incredibile, la pelle è piacevolmente riscaldata dal sole, le orecchie sono deliziate dal canto degli uccelli e dal sibilo di questo vento che mi accarezza i capelli... sibilo?!? Vento un cazzo: ho bucato!!! (citazione)
Sembra quasi, da quanto bestemmio, che il vulcano abbia ripreso la sua attività sismica... Inizio a spingere la bici (sembra diventato il mio passatempo preferito in Centro America); quando vedo una casa chiedo se hanno l'occorrente per aggiustare la gomma, e mi dirottano 500m più avanti dove abita un meccanico, tale Josè.
Arrivo in una sorta di piccola fattoria, chiedo di Josè e lo trovo in una stalla intento a mungere una mucca... Mi domando se un contadino che munge una mucca sappia aggiustare una foratura; probabilmente sì. Poi mi domando se il mio ciclista di Tradate sappia mungere una mucca...
Vabbè...
Spiego a Josè la situazione, e mi invita e seguirlo nella sua officina, che è un magazzino di robivecchi. Io, con lo sguardo, cerco disperatamente in mezzo a quel marasma una pompa, mentre lui rovista in una cassetta degli attrezzi che sicuramente contiene qualcosa appartenuto ai Conquistadores spagnoli... Con mia grande sorpresa tira fuori un adattatore per la valvola del pneumatico e lo usa per collegare lo stesso ad un compressore, che a prima vista a me sembrava un residuato bellico. Inizio a riprendere fiducia, anche perché piano piano appaiono mastice e pezze. Quando gli dico che sono italiano, mi racconta che lì vicino vive da una decina di anni un connazionale che definisce loco (pazzo).
Per farla breve, la gomma viene riparata, e posso riprendere il mio giro. Juan mi chiede dove sono diretto, e quando glielo dico, mi fa: “Ma da solo? Tutti questi km senza neanche una camera d'aria di scorta?” Poi scuote la testa, sorride e dice: “otro italiano loco...”
Dagli torto...

PS: BICI è l'anagramma di CIBI, altra mia grande passione. Non può essere una coincidenza

lunedì 24 febbraio 2014

Autobus, compagno di viaggio...


L'autobus è una parte essenziale del viaggio. È il mezzo di trasporto più comune, soprattutto nelle nazioni “arretrate”.
Ne esistono di tutti i tipi, a seconda del Paese, della distanza da coprire, della categoria. Da quelli di lusso (col sedile che si trasforma in un vero e proprio letto, tv personale come sugli aerei, wi-fi) ai furgoncini rottame (dove non esiste la fermata, ma si sale e scende al volo); e ovviamente tutte le possibili sfumature tra i due estremi.
È un mezzo di trasporto ma anche un luogo di incontro, ma come tutte le cose durante un viaggio (e più in generale nella vita...) a volte rivela un risvolto amaro. Ho sperimentato sulla mia pelle alcuni inconvenienti, in particolare per quello che riguarda l'orario: quello che parte solo quando è pieno (Sudafrica), quello che non parte perchè l'autista sta giocando a scacchi (Indonesia), quello che parte con 20 minuti di anticipo senza aspettarti (Baja California).
In ogni viaggio però (e per fortuna) assisto a qualcosa di nuovo per quanto riguarda i pullman: in Messico ho ammirato il posto personalizzato di un autista, che sul suo pulmino anziché il classico sedile si è installato una specie di sdraio composta da strisce di plastica che, a suo dire, risulta molto più fresco di quello che c'era originariamente; oppure il braccio meccanico installato da un altro guidatore, che gli consente di aprire e chiudere la portiera scorrevole alla sua destra rimanendo comodamente seduto al suo posto: un genio...
Per non parlare del campionario di musica varia e quasi sempre a volume folle (specie sui furgoncini più piccoli), mentre gli autobus a lunga percorrenza in genere propongono film palesemente scaricati da internet; la fregatura è che spesso i pullman della stessa compagnia, anche su tratte diverse, propongono gli stessi film: il rischio è quello di doversi sorbire più volte la stessa pellicola (a parte i veicoli di lusso, non c'è modo di evitare l'assordante audio).
Altro elemento in comune sui trasferimenti lunghi sono i turni massacranti degli autisti. Il tutto a discapito della sicurezza? Ovviamente sì, ma meglio non pensarci...
Oppure i venditori ambulanti che propongono di tutto: dalle caramelle alle bibite, fino ai medicinali: ultimamente ero tentato di comprare (da un tipo che ispirava mooolta fiducia) un prodotto magico che risolve i problemi della prostata: meglio giocare d'anticipo, non si sa mai...

Nel trasferirmi dal Messico al Guatemala ho assistito anche alla trasformazione del mezzo di trasporto: nel giro di 10 ore sono passato da un autobus da 25 persone ad un'auto con 4 passeggeri... “nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”: la legge della conservazione della massa si applica anche tra San Cristobal de Las Casas (Mex) ed Antigua (Gua): un tragitto tipico per chi viaggia da queste parti; un percorso che avevo già fatto nel 2006 usando i mezzi pubblici.
Memore di quella esperienza e del fatto che oramai sono un ultraquarantenne, decido questa volta di rivolgermi ad un tour operator che propone un servizio navetta prelevandoti direttamente dall'ostello.
Però una volta arrivati al confine, dopo essere scesi per sbrigare le pratiche burocratiche  e aver attraversato a piedi la frontiera, l'autobus di partenza è stato “smembrato” in 3 pulmini, il mio composto da 6 persone: una coppia di israeliani; Ginski, un australiano di origine russa; Sebastian, un argentino di origini polacche (il nonno era scappato durante il nazismo perchè ebreo); un danese diretto in Brasile per i Mondiali di calcio (con molta calma, dato che mancano ancora 4 mesi); il sottoscritto.
Come scrivevo l'autobus è un luogo di incontro, e spesso viaggiando capita di trovare compagnie molto eterogenee.
Il tempo sul pulmino è trascorso velocemente, tra Sebastian che, sfruttando le sue origini, cercava di imparare qualche nuova parola dai 2 israeliani (immaginatevi un argentino che parla in ebraico in Guatemala...), i quali invece erano più interessati ai miei racconti, dato che ero stato da poco nel Grand Canyon, una delle loro mete future.
Io, a mia volta, ero rapito dai video di Ginski: il ragazzo faceva il cameraman (lavorava per Fox Sports) e ci ha fatto vedere sul suo Mac qualche lavoro: veramente bravo! Per chi ha tempo, consiglio di guardare su Youtube alcune sue opere.
“ Zombies in Utila” (http://www.youtube.com/watch?v=QUsir-fsRJc) è divertentissimo, mentre il video del record di quante persone possono salire su un “chicken bus” è follia pura... un grande!!!

Dopo alcune ore i due israeliani sono scesi, e come per magia noi 4 rimasti siamo stati trasferiti su un'auto per coprire l'ultima parte del tragitto.
Ironizzavamo sul fatto che forse dopo qualche km dovevamo scendere anche dall'auto, prendere prima un tuk tuk, poi una bici per poi finire appiedati.
Grazie al cielo, esiste un limite anche per la legge della conservazione della massa...

lunedì 10 febbraio 2014

Il Rosso ed il Grigio


... per giustificare il titolo potrei dire, da milanista, che visti i risultati attualmente poco lusinghieri della mia squadra, il nero si è un po' sbiadito...

In realtà questi due colori sono il manifesto delle prime 2 settimane di viaggio.
Rosso come il Grand Canyon, come le sculture della Monument Valley, come i tramonti infuocati sul Pacifico.
Grigio come loro, il motivo principale che mi ha spinto a fare questo viaggio: le balene.

Breve riassunto di 2 settimane, una negli States, l'altra in Messico: la prima atterrando a Los Angeles, noleggiando un'auto e facendo più di 2500 km a zonzo per California, Arizona, Utah e Nevada; la seconda attraversando a piedi la frontiera a Tijuana, e scendendo lungo la Baja California da nord a sud con gli autobus locali.
Nel corso di questi 14 giorni un minimo comune denominatore: la NATURA.
Grand Canyon, Monument Valley, Zion National Park con i loro colori, le loro forme, i loro scenari incantati; l'emozione di camminare dentro il Canyon, di scendere fino al Colorado, di dormire in tenda lungo le sue sponde, di risalire il giorno dopo seguendo un altro sentiero in modo da poter ammirare quella meraviglia da altre angolazioni... Fantastico!
E poi la Baja California, così selvaggia con il deserto che si tuffa nel mare di Cortez creando uno scenario probabilmente unico al mondo: non so in quante altre spiagge del pianeta il vostro vicino sia... un cactus!
È un Messico un po' “sui generis” quello della Baja, un posto meraviglioso eppure non rinomato, quasi snob: pochi eletti la visitano, però sono eletti non per ceto ma per vocazione. È il paradiso degli hippy, oramai un po' datati, ma pur sempre (o forse proprio per questo) ammirevoli.

E poi ci sono loro, il motivo di questa nuova avventura: le balene.
Era da un po' che volevo vederle, ispirato dal bel libro di Pino Cacucci “Le Balene Lo Sanno”, e finalmente ci sono riuscito. Mi ero segnato tre posti dove andare ad osservarle: Guerrero Negro, Laguna San Ignacio, Los Cabos.
Dopo il primo appuntamento ero talmente appagato che ho rinunciato alle altre due tappe: l'emozione provata a Guerrero Negro è stata talmente forte, intensa ed estasiante che... boh? Cosa potevo volere di più???
Trovarsi su una barchetta circondato da questi “bestioni” è qualcosa di incredibile: sono animali sono estremamente socievoli, vengono verso l'uomo per giocarci, per farsi ammirare, a volte per prenderlo in giro: io ho ricevuto una carezza (o forse era una sberla?), ovvero un colpetto di pinna...
Puntualmente da millenni questi cetacei vengono in inverno lungo le coste della Baja California a figliare, ma la cosa più incredibile è che, anziché essere protettive nei confronti dei piccoli (come normalmente avviene in Natura), le mamme spingono i “cuccioli” verso l'uomo per familiarizzare. Un bell'atto di fiducia, non c'è che dire.
E comunque, un'emozione unica, indescrivibile...

Dopo qualche giorno sono andato sull'isola Santo Espiritu, un'isola disabitata molto selvaggia, un paradiso per fare snorkeling, kayak e passeggiate.
L'isola è molto arida, con alte scogliere che si buttano nel mare intervallate da qualche incantevole caletta; a volte queste scogliere formano dei veri e propri canyon, che, in piccolo, mi ricordavano quello ammirato in Arizona.
E ho iniziato a sognare: ma che bello sarebbe poter vedere le balene nel Grand Canyon?!?